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Cronache della colecisti, episodio 6: naso, nasino e nasello

Da così a così (immaginate Gianni Minà che volta la mano da sopra a sotto; e se non sapete chi è Gianni Minà, allora tornate a giocare a Fortnite). Non c'è altro modo di descrivere la differenza tra il reparto di chirurgia plastica e quello di chirurgia generale, qui al San Bortolo di Vicenza: tanto era affollato quello, quanto è vuoto questo; tanto era frenetico quello, quanto è rilassato questo.

Ci portano, a Manga e a me, in una stanza da quattro, di cui per le prossime 24 ore almeno saremo i sovrani indiscussi. Tapparelle elettriche, doccia in camera, monitor televisivi accanto ad ogni letto... sicuramente questo posto è stato costruito dopo il precedente edificio. Ma la cosa che si nota di più è, come dicevo, la tranquillità; e non solo perché siamo in due in stanza e nessuno dei due si lamenta/singhiozza/geme/respira affannosamente, ma perché anche fuori in corridoio c'è una quiete quasi irreale.

Mi faccio una bella doccia, poi in attesa dell'arrivo della cena (ci hanno garantito che chi di dovere è stato avvertito del trasferimento) vado in esplorazione del reparto, scoprendo che molte delle stanze sono vuote o semivuote, e che la zona in cui sono ricoverati i bambini per maxillo-facciale è, più che confinante, fusa con noi: si tratta solo di percorrere un breve corridoio comunicante per trovarsi nell'altra corsia, la zona infermieri serve tutte e due.

Arrivano gli angeli del cibo, e ci chiedono se siamo contenti con la minestrina; noi facciamo presente di aver ordinato altre cose, e loro si guardano confuse e poi ci dicono che, probabilmente, i nostri vassoi sono finiti nel vecchio reparto. Tutto si può tollerare, comprese infermiere alle prime armi che usano il tuo braccio come campo di addestramento per infilare aghi, compresi Immobile che irrorano a spruzzo le camere, compresi i colori bizzarri con cui hanno tinto questa stanza, ma che il mio agognato piatto di pasta ed il polpettone con verdure siano stati recapitati nel posto sbagliato proprio no. Aux armes, citoyens! Insorgiamo: con la dialettica che ci sorge dagli stomaci vuoti facciamo presente di aver atteso per giorni (nel mio caso, almeno) quei particolari piatti, e che non siamo disposti a retrocedere, ché il trasferimento l'han fatto ben 90 minuti prima e che ci avevano garantito non ci sarebbero stati intoppi. Le inservienti capitolano, e dopo solo mezz'ora di attesa ci arrivano i nostri vassoi. Scene di giubilo, cotillons, trombe da stadio.

Parliamo di Giappone per un po', un sogno ancora da compiersi per Manga (ovviamente, appassionato di fumetti nipponici), un sogno realizzato anni fa per me: mi chiede del mio viaggio, delle cose che ho visto, consigli su cosa fare, ché lui e la sua ragazza vorrebbero andarci per festeggiare i primi 10 anni da che sono assieme, ed io sono lieto di ripercorrere con la memoria il mio girovagare in quel Paese che tanto mi aveva colpito, positivamente.

Poi leggo un po', e termino guardandomi un film di qualche anno fa, The Artist, davvero ben fatto (un film muto sul periodo dei film muti, negli anni 2000, non risulta affatto anacronistico, anzi è ricco di spunti, tanto è vero che è stato letteralmente ricoperto di premi in varie competizioni).

Al mattino mi svegliano alle 6:15 per posizionarmi il termometro, poi se ne vanno e non tornano più fino a 60 minuti dopo, quando l'inserviente che rifà le camere lo nota nel letto; per fortuna che è resistente, perché c'è più mercurio in quell'aggeggio che in una miniera d'oro nella foresta Amazzonica. Certo che cominciamo bene, se nessuno è venuto a rilevare la temperatura fino ad ora, chissà cosa mi riserva la giornata.

Salto colazione, e mi portano a fare la famosa ecografia; prima, però, devo mettere la mascherina (quelle inutili, verdastre), ché il tecnico giù dabasso ha deciso di farsi prendere anche lui da panico da coronavirus e ne ha imposto l'uso a tutti... beh, a tutti quelli che arrivano da sopra, ché quelli che arrivano dall'esterno con un appuntamento la mascherina in viso non ce l'hanno... ah, le buone cose all'italiana. Altra spalmata di gel, e un esame più approfondito dei due precedenti, così scopriamo che ho della sabbia nei reni (resti del calcolo di qualche anno fa, o componenti per il prossimo, in attesa di aggregazione?!) e che il calcolo della cistifellea è ancora lì. Riportato di sopra, attendo i medici ed il loro consulto. Ne arrivano due da chirurgia e uno dal reparto in cui mi trovo ora, ai quali si aggiunge un altro sconosciuto che, a parer mio, è solo un anziano che passa di lì e non ha trovato dei lavori in corso da esaminare, stamattina. Mi visitano, poi li sento dibattere fuori in corridoio; tendo l'orecchio, si capisce che sono di opinioni differenti, si sentono parole come "catetere per lo svuotamento", "asintomatico" e "e se provassimo con un impacco di funghi magici" (quizzone: solo due di queste tre frasi sono solitamente utilizzate in ambito medico, individuate l'intrusa). Alla fine uno dei tre vince, non so se ai dadi o perché ha tirato la pagliuzza più corta, e tornato dentro mi spiega che gli esami del sangue mostrano andamento benignamente positivo mentre l'ecografia ha fatto insorgere dei dubbi, quindi non sanno se sto bene perché da sette giorni mi bombardano di antibiotici o perché mi sono rimesso completamente; decidono quindi di non decidere, e mi tolgono gli antibiotici tenendomi però in osservazione per un paio di giorni, per vedere se reggo o peggioro. Manga, invece, siccome ha fatto tutti i suoi bisognini questa mattina, lo dimettono, così su due piedi... non c'è giustizia, a questo mondo.

Entra un nuovo paziente, dovrà sottoporsi a scalpellamento nasale (sono sicuro che c'è un termine più scientifico, ma al momento lo ignoro e quindi descrivo pedissequamente quel che intendono fargli), mentre il buon Manga fa i bagagli, poi arriva suo padre e se lo porta via.

Il resto delle ore passa lento, guardo fuori le montagne innevate e leggo e lavoro al computer, tutte cose che potrei fare in vacanza in una bella baita sui monti ma vuoi mettere quanto è meglio stare qui dentro, al calduccio, tre pasti caldi ogni giorno, e soprattutto la noia che agli irti colli piovigginando sale?!

Temperatura, pressione, the del pomeriggio (nice touch!), il mio nuovo compagno di stanza che va in sala operatoria e poi torna, leggermente intontito e con un impacco sulla canappia. Unica variante la cena, dove mi viene dato un bel piatto di pasta all'olio che, quando tolgo il coperchio, si rivela non averlo mai visto neppure col binocolo, l'olio; vado a chiedere cortesemente se ne hanno, mi dicono che non posso averlo perché sono a dieta ipolipidica; faccio presente che me l'han fatto ordinare loro, quel piatto, e che la pasta seppure cotta decentemente risulta difficilmente estraibile dalla ciotola essendo tutta impaccata; le inservienti mi ascoltano impassibili, poi una mossa a compassione prende le ampolline e me ne da, "ma solo un filetto, eh?!"; ringraziato torno al mio posto, mangio di gusto la pasta, poi sollevo il coperchio del secondo e vi trovo le carote cotte, tagliate a rondelle e sommerse in mezzo litro di... olio! Ma la coerenza in questo ospedale proprio mai?!

E fu sera, e fu mattina.

La giornata di mercoledì passa, tra una cosa e l'altra, nell'attesa di un dottore che mi venga a visitare; nessuno però si fa vedere, e io mi sento come la volpe del Piccolo Principe, sedotta e abbandonata. Dicono che mi tengono sotto osservazione, ma alcuni piccoli dettagli mi fanno un po' dubitare della cosa, tipo che alle 14 mi danno il termometro per misurare la temperatura ed alle 17:30 non sono ancora venuti a rilevarla. Forse (e dico forse) c'è una telecamera nella stanza, e mi osservano da là; nel dubbio, sorrido :)

Sorrido un po' di meno quando, in fonoconferenza con l'ufficio di Wild Frontiers di Londra, decidiamo di comune accordo che è meglio affidare il tour in Messico a qualcun altro, non tanto perché non si sa quando uscirò di qua quanto perché non si può correre il rischio di una recidiva durante il tour, magari mentre siamo in una zona della selva messicana ai confini con il Guatemala. Hanno ragione, lo so, ma fa male lo stesso; spero almeno che questo sacrificio non sia vano, e di trovare il modo di farmi operare al più presto in barba alle attese che normalmente durano dai due ai tre mesi dopo eventi come il mio.

Vengono Chiara e mamma assieme a trovarmi, mi raccontano delle ultime pazzie del mondo esterno, e pure degli estenuanti allenamenti di rugby a cui la sera prima hanno partecipato anche madre e fratello minore dell'atleta di famiglia (a quanto pare Marco li ha fatti in scioltezza, mentre mia sorella ha deciso che il rugby non fa proprio per lei - eppure, dato che la squadra delle ragazze ha poche componenti, forse dovrebbero prendere in considerazione di allenarsi madri con figlie...).

Comincio un secondo libro, bevo il mio the, discorro con Nasello1 (il numero serve perché questo è il reparto preposto a questo tipo di interventi, quindi mi sa che altri arriveranno a cui affibbiare soprannomi simili) di viaggi e banche - io faccio l'accompagnatore, lui il bancario, di che volete che parliamo?!

Alla sera, mi sparo "Titanic". Non l'avevo mai visto, e credo che mai lo rivedrò di nuovo (dopo tutto, sono 3 ore e passa di vita che affonda assieme alla nave), ma ammetto che è un vero spettacolo, per quanto non capisca perché Rose non faccia salire Jack sul relitto galleggiante e preferisca farlo diventare, invece, un calippo atlantico (dai, non credo di aver fatto spoiler a più di 20 anni dall'uscita del film, o almeno così spero)...

Al giovedì il medico si fa vedere, e mi dice di volermi tener qui altre 24 ore, per fare degli altri esami del sangue e verificare che tutto sia a posto. Io gli spiego il problema delle date per quanto riguarda la calendarizzazione dell'operazione, mi dice che farà il possibile per programmarla entro il mese di marzo, che così non sarà del tutto perduto per me. Poi la giornata prosegue in una noia sufficientemente mortale, con due nuovi arrivi, Nasello2 e Nasello3: il primo un ragazzo abbastanza giovane, che non fa a tempo ad entrare in stanza che subito comincia a chattare col cellulare, mentre i suoi genitori sono vicino a lui preoccupati e premurosi (gli dessero uno scoppellotto, magari imparerebbe a comportarsi meglio); è timido, il poverino, ed ha problemi di minzione, ovvero non riesce a farla nel pappagallo (contenitore di plastica atto alla bisogna) ed insiste che vuole andare in bagno; l'infermiera lo dissuade perché per il momento è ancora intontito dall'anestesia, poi alla fine la vince lui e va a liberarsi, comodamente seduto sulla tazza. Nasello3 è invece cuoco in un hotel e gran maestro di cafoneria, al momento di scrivere sto ancora aspettando che dica quanto meno buongiorno (non ha fatto un cenno da che è arrivato); non sentiva più gli odori, ha spiegato all'infermiera, mentre - a giudicare dal girovita - i sapori li sente eccome.

Ma la giornata è noiosetta assai, ormai ho dato, è ora di tornare a casa, FATEMI USCIRE DI QUA!!! La allietano le visite di mio cognato Davide, nel pomeriggio, e poi alla sera di Max, Clara e Valentina, con i quali imbastiamo una bella partita a Bohnanza sui tavoli della sala ricevimenti (boh, io la chiamo così, in realtà magari è una zona relax per i degenti).

In stanza, con Nasello1 andato, rimangono Nasello2 e Nasello3 e le loro respirazioni affannose ad aspettarmi. L'infermiera passa, chiede se sto bene e se domani mi dimettono, io dico di sì incrociando dita e quant'altro di incrociabile trovo...


Commenti

Il giorno 28/02/2020, massielena ha scritto:
Tanto per la cronaca l'Area D fu costruita alla fine degli anni '90. A quell'epoca lavoravo per una ditta di serramenti e ricordo i viaggi all'interno dell'ospedale per portare gli infissi che sono ancora montati e che ti tengono ancora al calduccio.
Taglio termico, profilo Schuco; per allora erano una sciccheria.

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inserita il 27/02/2020
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