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Due uomini a zonzo, per non parlar del pesce

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Quasi rischio di fare tardi: il cellulare, che avevo caricato la sera prima ma non completamente, per un qualche motivo ha deciso di spegnersi durante la notte (l'avevo appoggiato sul portatile... che si siano rubati la carica a vicenda? Qui c'è del lavoro per Giacobbo...), quindi devo ringraziare l'altrimenti maledetto omino che vende le bombole di gas per suonare la sua tromba in strada e svegliarmi a tempo. Nyddia dorme, ci siamo salutati ieri notte e quindi non la disturbo, esco per strada e raggiungo la prima combi che mi porti al terminale dei bus.

Al volo, prendo la prima corriera che parte per Veracruz, semivuota nonostante solo alcuni posti fossero eleggibili, e posato il capino mi metto a sonnecchiare. Dopo un paio d'ore mi risveglio, la strada è ancora lunga, estraggo Wall-e e mi guardo Le idi di Marzo con e di George Clooney (niente di che, interessante ma tutto già visto in Colori primari con John Travolta ed Emma Thompson); parlo un pò col tipo che mi sta a fianco, e che anche lui ha dormito per benino, che mi racconta di essere una guardia del corpo e di essersi già trovato in un paio di situazioni "difficili"... speriamo bene: lo stato di Veracruz è stato noto negli ultimi anni per la violenza che vi si perpetrava, finché ultimamente non hanno fatto intervenire l'esercito, che si è praticamente sostituito alla polizia locale e che pare aver riportato le cose a termini più accettabili.

Jorge, di CS, mi raggiunge alla stazione dei bus, da dove raggiungiamo casa sua per lasciare armi e bagagli e visitare assieme la città. Lavora per una ditta associata alla Dalmine italiana, fanno tubi e a quanto pare ne fanno davvero tanti, pare siano i più grossi (loro, non i tubi... beh, magari anche i tubi, dovrei chiederglielo...) al mondo.

Veracruz, nominata "4 volte eroica" per il fatto di aver resistito - più o meno - a quattro attacchi di nemici stranieri nella sua storia, è stato il punto d'ingresso degli invasori ispanici, ed è tutt'ora il porto più importante del Centro America, con un traffico navale molto grande e gru che continuano a spostare container da un ponte all'altro. Città di mare, quindi, con un vento che qui chiamano "el Norte" che soffia vispo ed allegro mentre gabbiani fanno prove di decollo ed atterraggio osservati da pellicani seri e da messicani più scherzosi. All'ex-mercato del pesce pranziamo, io con una bella cotoletta con patatine e Jorge con un piatto enorme di frittura mista (costo: 100 pesos, circa 5,5 euri), il tutto annaffiato da una caraffa di "orchata", che è una bevanda a base di riso e cannella, davvero rinfrescante - fino ad ora non l'avevo mai provata, pensando fosse come la nostra orzata, e devo dire che ho fatto male. Il cibo di Jorge è troppo anche per la sua fame, l'enorme pesce che vi troneggiava al centro non trova posto nel suo stomaco e così ce lo facciamo impacchettare in una pratica vaschetta di polistirolo e con il nostro nuovo amico visitiamo la città.

Passiamo il faro, l'accademia navale, svariate piazzette e poi arriviamo al baluardo di Santiago, dove mentre scatto qualche foto veniamo avvicinati da un tipo che, a bordo di una macchina ricoperta di fiori, sta portando in giro una ragazzotta che festeggia i suoi quindici anni: stanno aspettando il fotografo, ma questo non arriva ed il sole sta calando, quindi mi chiede se posso fare io delle foto alla poveretta tutta tirata in ghingheri nel suo vestito a sbuffo che la fa sembrare ancora meno anoressica di quello che è... mi presto alla cosa, anche se ormai la luce davvero non è l'ideale, e poi ci scambiamo gli indirizzi per fargli avere il prodotto del sudore della mia macchina fotografica. Il pesce ci accompagna sempre, ed è divertente vedere Jorge andarsene in giro con questo pacchetto.
Fatta la nostra buona azione, arriviamo allo zocalo, dove sta per iniziare il classico "dancon": nella piazza ben illuminata, decine di persone perlopiù di età avanzata, gli uomini con camicia e cappello bianchi e le donne agghidate più o meno liberamente, attendono solo che l'orchestra attacchi a suonare, per esibirsi in una danza lenta e molto semplice, che però ci riporta indietro al tempo in cui le cose si facevano in modo meno frenetico. Un tipo danza da solo attorno ad un sacco, forse non trova la dama giusta o forse invece l'ha trovata, mentre qualcuno dei caballeros fa il giro delle sedie invitando ora l'una ora l'altra dama rimasta al muro.

Al ventesimo sbadiglio di Jorge capisco che o è stanco o il dancon non gli interessa molto (o tutt'e due) e andiamo in un locale che conosce, estremamente chiassoso e pieno di bella gioventù che inghiotte colonne di birra; all'ingresso, ci hanno fatto storie per Wanda (il pesce), e abbiamo quindi dovuto lasciarlo fuori, ma lo ritroviamo quando usciamo, avendolo raccomandato alle cure dei buttafuori. Tornati a casa, un paio di hotcake caldi con la marmellata (io) e il latte condensato (lui) ci riappacificano col mondo dei sogni in cui ben presto ci lasciamo andare.

L'idea per la domenica era quella di andare a visitare la fortezza di San Juan de Ulùa e poi di raggiungere una buona spiaggia, ma il tempo sceglie altrimenti e per tutta la mattina pioviggina. Jorge decide di rimanere quindi a casa, restando in contatto radio (usano i cellulari come radio, da queste parti, e non pagano niente) con i fratelli che in un'altra città gli stanno cercando un'auto usata al mercato, mentre io da buon turista raggiungo il molo e poi mi incammino verso l'isola su cui sorge la fortezza. Non l'avessi mai fatto: le indicazioni che mi avevano dato sono fuorvianti, il cammino è estremamente più lungo di quanto preventivato, e solo negli ultimi due chilometri una coppia cortesemente si ferma per darmi un passaggio.

La fortezza in sé è interessante, pare sia stata progettata da un italiano, e in passato è stata usata anche come carcere, trattenendo tra gli altri il sempre amato presidente di origine india Benito Juarez; l'ingresso la domenica è gratuito, decine di scolari paiono essere in gita, se non piovigginasse di continuo il posto sarebbe pure bello. Un trolley di legno costruito sulla struttura di un bus mi riporta gentilmente in centro, dove entro in un BurgerKing per mangiare un panino (non storcete il naso: da sempre affermo che gli hamburger di BK siano molto meglio di quelli di MacDonald, e poi qui hanno ancora quella buona abitudine di lasciarti rifornire di bibite quanto vuoi; costo totale dell'operazione - e mentre scrivo sono al quarto bicchiere -: 49 pesos, circa 3 euri... considerando che se no mi toccherebbe mangiare in un ristorante dove l'odore di pesce abbonda direi che non ho fatto un cattivo affare).

Jorge se ne è rimasto a casa anche nel pomeriggio, penso che ne approfitterò per andare di nuovo alla piazza principale a vedere se per caso ballano anche sotto la pioggia (spero di riuscire poi a trovare la strada di casa... gambatte!)


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inserito il 15/01/2012
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