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Haiti, l'altra metà del cielo

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Quando, l'estate scorsa, ho accettato la proposta di Wild Frontiers di portare un gruppo in tour ad Haiti, la metà (in realtà, circa un terzo) dell'isola di Hispaniola che condivide con la ben più famosa e fortunata Repubblica Dominicana, l'ho fatto principalmente perché volevo cominciare a lavorare anche con quell'operatore turistico britannico, ma anche perché volevo visitare un luogo che, diciamolo apertamente, non è solitamente in testa alle classifiche dei viaggi vacanziferi.

Il passato travagliato della piccola repubblica, dove 10 milioni di persone si contendono in certi casi il poco spazio disponibile nelle città principali, non l'ha sicuramente aiutata: prima a liberarsi dal giogo dei colonizzatori, scacciando nel 1810 quei francesi che l'avevano sfruttata per secoli ottenendone circa il 40% del loro bilancio nazionale, ha ben presto cominciato a far paura a tutti quelli che nelle varie colonie ancora vedevano una fonte di finanziamento a fondo perduto, ottenendo solo instabilità politica e varie (se non troppe) intrusioni dall'estero, di quelle degli autoproclamatisi "esportatori di democrazia"; e più di un centinaio tra presidenti, dittatori, re e persino imperatori in meno di due secoli ne danno una, seppur sommaria, idea. La sfiga, poi, ci ha messo del suo, nella forma di calamità naturali come il terribile terremoto del 2010, la seguente epidemia di colera (peraltro, causata dai caschi blu dell'ONU, inviati per portare aiuto ma dimostratisi non meno nocivi) e l'uragano Matthew dell'autunno 2016. Risultato: un paese caratterizzato dalla grande povertà di gran parte della sua popolazione, dalla incapacità della sua classe politica di creare un effettivo mutamento della situazione, dal tentativo quasi ridicolo dei grandi operatori turistici di nasconderne persino l'esistenza (un grosso operatore di navi da crociera ha, per anni, fatto sbarcare i suoi turisti in un resort blindato su un isola nel nord del paese, tenendoli all'oscuro del fatto che si trovavano ad Haiti!).

Proprio per cercare di rompere un po' questi schemi, Wild Frontiers ha deciso di proporre un tour nel paese caribico, e per il primo tour, una specie di test, hanno pensato proprio a me... che culo!

Studio matto e disperatissimo della storia e della cultura dell'isola, quindi, anche grazie ad un libro recuperato in un negozio a Cuba (tranquillo, Emanuele, ché te lo presto se vuoi, ma bada che è in spagnolo), e un sacco di messaggi scambiati con il mio omonimo Daniel, responsabile del tour per l'ufficio di Londra. E, poi, alcuni giorni di ricognizione prima dell'arrivo dei viaggiatori.

Cuba ed Haiti sono una vicina all'altra, ma per uno degli insondabili misteri delle linee aeree alla fine per andare da una all'altra mi tocca passare da Panama... avessi nuotato, sarei forse arrivato prima. Giungo comunque nella capitale Port Au Prince un 22 di dicembre, e vengo prelevato in aeroporto da Edner, un autista inviato da Jacqui, la nostra organizzatrice logistica locale, una signora di Bristol da decenni trapiantatasi nel paese e con agganci che vanno dagli umili netturbini alla ministra del turismo (che non fa mai male, direi!). Nei giorni seguenti, faccio base all'hotel Plaza, uno dei pochi rimasti nel vecchio centro storico, quasi interamente svuotatosi a causa del terremoto del 2010: essendo molti palazzi andati in briciole, primo tra tutti il Palazzo Presidenziale, la vita si è spostata nei quartieri periferici, più fortunati perché costruiti su un letto di solida e compatta roccia. Commercio, uffici, shopping, tutto sparito; nei pressi dell'hotel, che si trova letteralmente a due passi da dove alcuni anni prima si prendevano tutte le decisioni, ci sono solo un paio di ristoranti, un supermercato ed un fast food. Dura, se vuoi portare fuori i tuoi viaggiatori...

Il 23 Edner passa a prendermi con Serge, guida eccezionale e pure simpatica, e un ucraino di nome Costantin: quest'ultimo è venuto ad Haiti per sole 6 ore, da Miami, e vuole fare un tour della città; Jacqui ha quindi deciso di mandarci anche me, per prendere due piccioni (europei) con una fava. Serge è eccezionale, e in quel breve lasso di tempo (che per me sarebbe una pazzia, ma che per Costantin pare essere la norma) riesce a farci visitare il museo nazionale, le famose "gingerbread houses", i migliori punti panoramici, persino un parco chiuso al pubblico da anni (il custode è un suo amico); tutto questo mentre il nostro autista fa acrobazie per districarsi nell'assurdo traffico automobilistico della città, lungo strade che hanno sicuramente visto tempi migliori.

La città sembra un gigante in precario equilibrio, e così il paese stesso, con le sue infrastrutture altamente inadeguate. Un ottimo esempio è la fornitura di corrente elettrica, non sufficiente a soddisfare i fabbisogni delle popolazione, costretta così ad installare gruppi di batterie collegate tramite inverter alla rete, per ricaricarsi secondo la disponibilità. Per non parlare del carbone, venduto in grandi sacchi da 25 dollari o in dosi più piccole, usato per cucinare perché il gas butano c'è ma i fornelli per usarlo costano troppo.

Il giorno seguente, con Serge e Daniel, altra guida (pare che ci chiamiamo tutti nello stesso modo, in questo viaggio!), andiamo a prendere un "rhino", un veicolo a quattro ruote che sembra una motoretta a quattro ruote motrici corazzata e senza parabrezza. Il piano è di salire sulle montagne e guidare fino a Jacmel, sulla costa meridionale. Ovviamente, questa è solo la teoria: per la pratica, bisogna armarsi di tanta pazienza e abilità. Intanto perché, quando arriviamo alle 7, il nostro mezzo non è pronto, mancando del tagliando dell'assicurazione, e dobbiamo aspettare fino alle 9, quando aprono l'ufficio, per scoprire che se l'erano dimenticato dentro una cartelletta... caschi in testa, e partiamo, osservati con sguardo ammirato da ogni bambino cui passiamo accanto. La strada asfaltata diventa presto sterrata, e poi sentiero, scaranto, canalone e quant'altro; in certi punti abbastanza ripido (uno lo soprannominiamo "freak out point", da quanto Serge ed io ce la facciamo sotto, mentre Daniel con estrema flemma ce lo fa discendere - ma secondo me un po' se la fa sotto anche lui), in altri sufficientemente tranquillo da farmi pensare che la cosa sia possibile. Passiamo villaggetti pieni di gente, incontriamo decine di mototaxi stracarichi, e ci godiamo delle viste mozzafiato. Arrivati in cima, esploriamo un po' il parco nazionale La Visite, individuando un paio di sentieri lungo i quali potremmo fare delle miniescursioni, e poi pranziamo in una casa di contadini mentre un gatto ci chiede di condividere un po' del nostro pollo con verdure e riso. La discesa è poi di nuovo ripida a tratti, e estremamente lunga, anche considerata la stanchezza; vedere però il sole che inabissa nel mare davanti a noi non ha prezzo ("per il resto, c'è Mastercard, ovviamente").

A Jacmel Serge ed io passiamo la vigilia di Natale, mentre Daniel deve guidare altre 3 ore nel buio della notte per riportare il Rhino a Port Au Prince; l'hotel Cyvadier Plage è in una posizione invidiabile in riva al mare, e la colazione il mattino di Natale con vista sulle acque cristalline è di lusso. Facciamo un rapido giro per la città con Michel, la nostra guida locale, che sembra un po' affettato ma sa di cosa parla; poi, guadiamo il fiume con il nostro veicolo guidato dal buon Edner e raggiungiamo le pozze d'acqua fresca di Bassin Bleu, gioriello incastonato tra le rocce e il bosco. Non ho riserve su questa parte dell'itinerario, sono sicuro che al gruppo piacerà davvero.

Ritorniamo a Port Au Prince, e dopo aver salutato nuovamente Serge (e fattigli gli auguri, dato che il giorno di Natale coincide - davvero! - con quello del suo compleanno) mi riassetto un po', butto giù degli appunti e poi vado a casa di Jacqui, che mi ha invitato per il cenone di Natale assieme ad altri suoi amici, quasi tutti legati a varie missioni religiose ma tutti, dal primo all'ultimo, assolutamente interessanti; c'è pure l'architetto che le sta ristrutturando casa, è così orgogliosa del suo lavoro che l'ha voluto assolutamente presente. Il cibo è delizioso, anche se più americano che haitiano, e al momento dello scambio dei regali anche tutta la numerosa famiglia del suo tuttofare Gabriel si unisce a noi, e ci sono pacchetti per tutti; il set di bicchieri da whisky che ho preso finisce a Jacqui, mentre io ricevo una bella bottiglia del miglior rhum del paese, che ovviamente metterò a buon frutto con il gruppo.

Passata la festa, gabbato lo santo, si dice. Così, di buon mattino, il giorno 26 rilascio l'hotel (ormai si stanno abituando a vedermi andare e tornare) assieme ad un nuovo autista ed arrivo ad Hishe, cittadina di medie dimensioni in preda al fervore tipico delle cittadine di medie dimensioni con un mercato molto attivo. Qui incontro la mia guida per i prossimi due giorni, Junior, e vado in banca ad incassare l'assegno che Jacqui mi ha dato per l'anticipo di cassa inviatomi da Wild Frontiers (anche questo figlio di un tour che va per la prima volta: sono 2100 dollari, almeno il 60% di troppo rispetto a quelle che saranno le mie necessità, anche se al momento non lo so ancora; l'unica cosa che so è che devo trovare il modo di tenerli al sicuro, ora...); ovviamente me li danno in biglietti da 20, il che rende immediatamente le mie tasche più ingombranti ed appesantite... sperem ben!

Con Junior e l'autista andiamo a Bassin Zim, con una bellissima cascata che disegna con strisce di bianco calcare un ventaglio che è una gioia per gli occhi. Vicino c'è una grotta, visitiamo anche quella, facendo bene attenzione alle api che hanno costruito i loro favi all'ingresso e che, si dice, sono le custodi di questo luogo sacro per il vodou. All'interno della grotta, la cui parte visitabile è davvero poco profonda, tutta una serie di incisioni lasciate dai moderni cavernicoli che abitano la zona; a quanto pare, scoprirò in seguito, dovrebbero essercene anche di più preziose, lasciate da indigeni Taino alcuni secoli fa, ma ovviamente senza una guida decente non si possono scoprire in mezzo a tanto caos.

Ecco, una guida decente: questo è il tasto doloroso che, prima o poi, anche nel pianoforte più accordato si rischia sempre di trovare. E, questa volta, è toccata a me: Junior si mostra fin da subito non particolarmente (eufemismo) attento ai bisogni delle persone che accompagna (in questo caso: me), e man mano che passerà il tempo metterà in evidenza sempre più doti da anti-guida. Chi ben comincia è a metà dell'opera, quindi come prima cosa prende il pranzo per tutti e due: per lui un contenitore di polistirolo con dentro pollo, riso e verdure; per me, tre minisacchetti di patatine ai gusti più assurdi... gli faccio presente che sono in grado di mangiare anche altro, e che certamente non è il tipo di pranzo che si aspetteranno di ricevere i turisti una volta arrivati, e lui allora sparisce e torna con un altro contenitore pollo-riso-verdure per me.

Dopo aver fatto il bagno a Bassin Zim, circondato da un sacco di giovinastri che vogliono provare a parlare le poche parole di inglese che conoscono ma, soprattutto, che vogliono passare del tempo con la novità del giorno (io), con la macchina e su una strada dissestata raggiungiamo la nostra meta per la notte, un piccolo villaggio sull'Altipiano Centrale dove trascorreremo la notte con una famiglia locale e dove potremo fare dei trekking. La casa è spartana, niente acqua corrente e elettricità solo un paio di ore alla sera, quando un generatore la fornisce a buona parte del villaggio; i letti sono però comodi, anche se appare chiaro che la camera è prestata a noi solo per la notte, e la cena è varia ed abbondante. Riusciamo a fare una camminata di 2 ore e mezza, lungo una strada di campagna dal suolo rossastro e lungo la quale incontriamo un sacco di persone che tornano dal mercato con muli carichi di merci varie; lo scenario è delizioso, basse colline costellano la superficie dell'altipiano, e falchetti volano in circolo alla ricerca di qualche preda che esca dalla tana; la luce del tardo pomeriggio sicuramente aiuta, così pianifichiamo un trekking un po' più lungo (3 ore circa) da farsi con il gruppo.

La notte, spente le luci artificiali, mette in mostra un cielo trapunto di stelle, nascoste di quando in quando da qualche nuvola passeggera; e gli unici rumori che si sentono sono quelli delle fronde degli alberi mosse dal vento, e di qualche cane che, in lontananza, abbaia.

Il mattino seguente  è il gran giorno: dopo una colazione saziante, ci incamminiamo verso la cima delle montagne (colline?), per una scarpinata lunga che ci porterà fino a Rang, altro villaggio. Una mezz'oretta lungo la strada principale, che da anni aspetta di essere asfaltata, ci conduce all'inizio del sentiero, dove incontriamo messier Charles, il nostro ospite per la notte: in completo grigio, con una borsa che sembra quella di un'assicuratore, l'uomo si incammina con noi lungo un percorso che definire da capre e muli è riduttivo. Sale, poi s'appiana, poi sale, poi s'appiana ancora, e così via, mentre la vista spazia su porzioni sempre più estese dell'altipiano. Ogni tanto ci fermiamo a bere e rifiatare, Junior e soprattutto io tiriamo il fiato, mentre messier Charles non ha una goccia di sudore addosso (ed è ancora in giacca e pantaloni)... misteri dell'adattamente evoluzionistico, I suppose.

Ogni tanto sentiamo eccheggiare delle grida di bambini, ci hanno avvistato e ci considerano "blan", estranei (la parola ha perso il suo connotato razzistico ormai da tempo); ci corrono incontro, chiamiano altri su altre colline perché anche loro si avvicinino al sentiero, dove si fermano a guardarci e a scambiare un semplice "salut!".

In una fattoria, dove sono tutti vegetariani perché i molti animali allevati (capre, polli, persino un maiale) sono destinati ad essere venduti al mercato in caso di bisogno (eh sì, il maiale è davvero un "porcellino salvadanaio": lo tieni ben pasciuto finché non hai una spesa imprevista, come un matrimonio o un funerale o un ricovero in ospedale, nel qual caso lo vendi per ottenere i soldi di cui hai bisogno), ci offrono delle sedie ed un po' di conversazione; c'è pure una ragazza che normalmente vive e lavora in Repubblica Dominicana ma che ora è tornata a casa per le feste natalizie, parla spagnolo e così riesco a fare qualche parola anch'io (giuro, ci sto provando, ma il creolo non mi viene facile come lingua).

Arriviamo sul crinale dopo aver attraversato campi di cereali e fagioli, con le piante che mi arrivano alla cintola, e un paio di vallate dalle pietre aguzze come rasoi, su cui camminare è difficoltoso. È in questa zona che si nascondevano i partigiani haitiani durante la rivoluzione contro i francesi, ed è chiaro che era il posto ideale per trovare rifugio e per preparare nuovi piani di battaglia.

Da lì, una discesa ripida di un'oretta, lungo canaloni scavati un po' dai muli e un po' dall'acqua, e un'altra mezz'ora lungo sentieri pianeggianti e, di nuovo, la strada sterrata, e giungiamo a Rang. Il nostro punto di riferimento è l'antenna delle compagnie telefoniche, messier Charles ne è il custode e quindi gode della presenza, in casa sua, dell'energia elettrica per 24 ore al giorno. In cambio di un modico obolo, la mette a disposizione anche dei vicini, che arrivano ad ogni ora del giorno per farsi ricaricare i cellulari...

La casa è in condizioni migliori di quella della scorsa notte, anche se rimane basica; ma a far la differenza è la famiglia di messier Charles, che ha 7 tra figli e figlie e un po' di nipoti e altri parenti vari, tutti a fare qualcosa per far stare comodi i due ospiti di passaggio. In realtà noi ci fermiamo poco, il tempo di pranzare e poi ripartiamo, ma tra qualche giorno qui passeremo una seconda notte con tutto il gruppo.

Arriva l'autista, Junior ed io saliamo in macchina, lui scende dopo mezz'ora ad un incrocio dove può prendere l'autobus che lo riporterà ad Hinche mentre io proseguo per la capitale, dove mi aspetta un'ultima notte di riposo prima di cominciare il tour: è già il 27 di dicembre, e domani arrivano i viaggiatori.


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inserito il 27/12/2016
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