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Uomini della filibusta, all'attacco!

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Campeche ha subito più attacchi di pirati lei che un qualsiasi altro galeone spagnolo ricco di ori e scintillante di gemme; nulla di strano, quindi, che abbia deciso di proteggersi con grandi mura, e poi di aggiungere un paio di forti alle due estremità, giusto perché non si sa mai...

Arrivo in città con un paio di colectivo, dopo aver inutilmente tentato di fare autostop da Ciudad del Carmen: sarà stata l’ora, sarà stato quel che volete, ma non si è fermato nessuno, in 50 minuti che ho aspettato, e alla fine ho deciso di non stare lì oltre a squagliarmi sotto il sole. Octavio mi da appuntamento alla Puerta de Tierra (una delle quattro porte originali della cittadella, ed una delle due rimaste integre), e da lì camminiamo assieme fino a casa sua, un appartamento dalle grandi stanze ancora quasi vuoto che ha affittato per stare vicino alla sua fidanzata Tati. Fidanzata che lui sta aspettando, quindi dopo un po’ di chiacchiere ed un piatto di risotto (!) io vado a zonzo per la città mentre lui rimane a casa. Le strade del centro sono composte da facciate di case vispamente colorate, a quanto pare a cura dell’amministrazione comunale, tutte allineate nella consueta forma a scacchiera che gli spagnoli solevano dare ai loro insediamenti nel nuovo mondo; essendo strette, il sole non cade a picco, ed i colori sembrano mettersi in posa per delle fotografie (l’unico problema è che, essendo appunto strette, non concedono molto spazio, limitando il numero di case che riescono ad entrare nella stessa foto). La piazza è simile a quelle delle altre località, con le sue palme ed il suo gazebo gigante e la chiesa ad un lato, però pare che tutto qui sia curato con molta attenzione, dalla pulizia ai dettagli: essere inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO evidentemente le ha fatto bene. Unica eccezione, ma dopo tutto nessuno è perfetto, è il palazzo del congresso dello stato, dalla bizzarra forma di ufo appena atterrato, con tanto di scaletta da cui dovrebbe scendere chissà quale alieno (forse la cosa è intenzionale: dopo tutto, non pensiamo sempre che i politici siano degli alieni, che poco o nulla hanno a spartire con gli interessi degli esseri umani comuni?!).

Passeggio sul lungomare, dove molti fanno jogging, chi da solo, chi con il cane, chi con la suocera (magari per buttarla a mare alla prima occasione...); quando vedo che il sole si avvia a tramontare, cerco di accelerare il passo, per arrivare al forte San Miguel, ma evidentemente la distanza non è esattamente quella che mi hanno detto all’ufficio del turismo, e quindi riesco ad arrivare solo ad un punto dove i pescatori stanno sbarcando e vendendo gli ultimi pesci.
Nello zocalo c’è un concerto di musiche messicane, niente di che ma è rilassante sedere per un po’ a far nulla mentre si osservano le interazioni tra i passanti, i venditori di mele candite, le famiglie che vorrebbero fermarsi ad ascoltare ma i bimbi non glielo permettono perché vogliono inseguire i piccioni, le coppiette che si spostano cercando punti più tranquilli dove appartarsi, ecc.. I miei ospiti mi raggiungono lì, e dopo una piccola passeggiata prendiamo l’auto di Tita e mi portano a visitare il forte che avevo mancato prima (e ci credo: saranno almeno 4 chilometri, altro che 600 metri... mannaggia all’informatrice turistica!) e poi la zona di San Francesco, dove una serie di piccoli ristorantini affollano la piazza ed i portici della basilica; ceniamo, sorseggiando anche il buon succo di un frutto locale verdastro (nota mentale: devo ricordarmi di chiedere come si chiama).

Quando mi riaccompagnano a casa, i ragazzi prendono su le loro cose e mi consegnano le chiavi: il mattino dopo devono andare a Mérida, e dormiranno a casa di Tita, quindi io vengo incaricato di badare alla magione per un paio di giorni, potendo persino scegliere tra il divano, il letto e le amache (che qui sono frequenti, tanto che le case vengono costruite già con degli anelli in punti strategici per poterle appendere) per dormire...

La mattina dopo parto anch’io presto, alle 7 prendo il bus per andare ad Edznà, sito maya non distante. Arrivo che stanno aprendo i cancelli, c’è solo un altro visitatore, per il resto solo operai che si occupano delle opere di consolidamento delle strutture che, man mano, vengono riscattate dalla foresta che si è ripresa il dominio sulla zona: al tempo della costruzione di queste città, i maya praticamente disboscarono la zona utilizzando la legna per produrre la calce con cui mettevano insieme le pietre dei loro edifici. E’ una pacchia girare senza nessun altro intorno: posso infilarmi persino in punti "ufficialmente" chiusi per fare delle foto migliori, dato che vari punti sono ancora in ombra o addirittura controsole, e godermi il silenzio interrotto solo dal canto di uccelli dal colorato petto giallo che sembrano aver scelto la zona come loro santuario. Il sito è molto bello, il sole del mattino poi gli rende giustizia; lungo un cammino che nessuno esplora, trovo quella che chiamano la "vecchia stregona", una zona ancora non risistemata in cui una scalinata sale fino a perdersi all’interno del boschetto che ricopre una collina, sicuramente un’altra piramide. Narra la leggenda che lì un bambino "strano" fu affidato ad una vecchia stregona, che se ne prese cura; il luogo gode sicuramente di un’atmosfera magica.
Tornando in centro nel primo pomeriggio viaggio con un tipo belga, che si è preso anche lui tre mesi di tempo per visitare i luoghi archeologici della penisola yucateca e poi su su fino a Città del Messico, un po’ il giro che sto facendo io; come me, ha una mappa con dei punti segnati, e si prende il suo tempo per unire i puntini... mi sta simpatico :)

Fa un caldo balengo, e dopo essere andato a mangiare qualcosa e, soprattutto, a bere, mi rinchiudo in casa, approfittando della pausa per studiare l’itinerario per il Belize e per cominciare a contattare couchsurfer di là. Alle 7 però esco, perché ho deciso di prendere parte alla camminata guidata per il centro di Campeche di cui mi ha parlato tanto bene la tipa dell’ufficio turistico il giorno prima. Arrivo, ma del tour non v’è traccia. Nell’ufficio, mi dicono che il tour ci sarà solo dalla settimana seguente. Partono vaffa mentali a raffica, a voce spiego per benino ai presenti (otto, che a quanto pare son lì a far niente, ma magari si ritrovano sempre al termine dell’orario di lavoro) che non si trattano così i turisti, che non è serio, che ho camminato per ore ed ore per arrivare fin lì e bla bla bla... Vado a vedere lo spettacolo di fontane canterine, poi passo per la Puerta di Tierra dove stanno facendo uno spettacolo sui pirati e i gesuiti con musiche di Morricone a tutto volume e mi siedo ad ascoltare. Tornato a casa, riprendo il lavoro certosino, che proseguo poi la mattina dopo.

Esco per pranzare, poi vado al forte San Miguel che vedo finalmente di giorno e di cui visito l’interessante museo di cultura maya, con reperti da vari siti, Edznà compresa. Dai bastioni si gode un’ottima vista del mare e del sole che vi tramonta, anche se solo io ed un gruppo di italiani in viaggio con Avventure nel Mondo sembriamo essere interessati alla cosa, mentre giù nel cortile il bigliettaio continua a guardarsi un film (violenza ed azione, ovviamente: son gli unici che qui paiono apprezzare) e i custodi a dormicchiare o pigiare sui tasti dei loro cellulari.

I ragazzi ritornano dal loro viaggio, e nonostante siano un po’ stanchetti usciamo comunque a cena assieme, anche se solo Octavio ed io mangiamo: dopo che noi abbiamo finito, andiamo in un altro locale dove Tita ordina un piatto di tagliatelle ai funghi (!) che si porta a casa in un contenitore di polistirolo, e a quanto pare dalla sua espressione né il costo né il tempo d’attesa sono valsi la pena (se me l’avesse detto prima, avrei potuto organizzarmi e cucinare io, ma ormai era troppo tardi per trovare un supermercato aperto).

La mattina dopo, Ottavio, che ha dormito l’ultima parte della notte sul divano per non svegliare Tita, mi accompagna fino alla stazione delle corriere (anche questa, non così vicina come mi avevano detto... devo proprio regalare un metro, a quelli dell’ufficio turistico) e mi saluta, ancora un po’ assonnato, augurandomi buon viaggio a Mérida.


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inserito il 22/01/2012
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