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Ma che faro d'Egitto?!

immagineLa seconda meraviglia visibile in Egitto era la famosa enorme torre luminosa, costruita sull'isola di Pharos e quindi denominata faro. Purtroppo, un terremoto secoli fa la fece crollare, e le sue fondamenta vennero in seguito riutilizzate come base per costruire una fortezza che tutt'ora resiste ai flutti mediterranei... ed all'incredibile temporale che si è scatenato su Annabelle e me dal momento in cui siamo giunti ad Alessandria.
Per nostra fortuna, Shaheb, l'amico CS che ci avrebbe ospitato, è venuto a prenderci in auto e ci ha dedicato l'intero giorno festivo (era venerdì, e lui è supermusulmano) scarrozzandoci per ogni dove, come e quando...

Prima tappa, con i fulmini che segnavano i cieli della città, la summenzionata fortezza, con i suoi enormi bastioni biancogiallastri e finestre per i tiratori da cui non sarebbero mai entrate frecce ma le gocce d'acqua sì che ci passavano (e tante, anche!). Dopo tanta sabbia, che al Cairo si intrufola dappertutto, è stato un piacere osservare il mare, le barche dei pescatori, i gabbiani in volo... Se non fosse che manca di bagni, quella fortezza sarebbe davvero un'ottima casa (sempre ammesso che il progetto cinese di realizzare una replica a grandezza naturale del faro non vada in cantiere, e che non decidano di piazzarle proprio là dove stava... Shehab non condivide il mio entusiasmo per una torre di plastica con su scritto "made in China", ma non capisce che questa è la modernità, questo è il progresso...).

Poi, doverose visite alle rovine romane, frammiste a quelle egizie perché qua si è sempre fatta un pò di confusione tra le due cose: nelle catacombe, per esempio, davvero molto belle, i rilievi con Anubi dalla testa di sciacallo si mescolano a personaggio riccioluti e motivi molto più "latini". Non le avrebbero mai scoperte, se un povero asino non fosse precipitato con il carretto che trainava giù per uno dei pozzi di accesso, svelando una necropoli di cui Alessandria va ora fiera (e che attira turisti ad autobussate); quindi, è giusto che le ossa dell'asino siano ora sepolte nelle stesse catacombe (anche se un piccolo calcolo e forse un pò di ignoranza zoologica ci fanno pensare che ci siano un pò troppe ossa in esposizione, per essere di un animale solo). E la commistione si vede anche in altri punti: la "colonna di Pompeo", sulla quale pare si arrampicassero tempo fa i pellegrini giunti in città, si erge solitaria ma guardata a vista da due sfingi, copie in scala ridotta di quella maestosa vista a Giza.

Pranziamo in un ottimo ristorante, dove a quanto pare il nostro ospite - che credo miri a vincere il titolo di "miglior ospite del secolo" - porta tutti i visitatori che passano da casa sua; cucina tipica, falafel, varie salse, pita, involtini di riso in foglie di vite verdure e poi kebab per me e pesce per loro. Dopo una sosta alla sala di preghiera all'ingresso del ristorante - i musulmani dovrebbero pregare 5 volte al giorno, e il nostro amico cerca di farlo puntualmente -, Annabelle fa valere il suo lato femminile e ci trascina quindi a visitare il suk, nonostante la pioggia continua abbia trasformato il selciato in un percorso ad ostacoli. Ci avventuriamo per le stradine rese ancora più strette dalle bancherelle che le circondano da ogni lato, confidando che Shehab ci permetta di ritrovare l'uscita, e assistiamo ai tentativi della nostra amica di trovare un abito della sua misura contrattando con vari venditori.

Piove, piove ancora. Andiamo allora in un locale sul lungomare, dove incontriamo altri amici ed amici di amici di Shehab, egiziani e stranieri, con cui ci dilunghiamo in chiacchiere da salotto. E poi finiamo la serata a casa, dove ho la possibilità di confrontare le mie curiosità sull'Islam con persone che lo vivono quotidianamente senza per questo scadere nell'integralismo.

Il giorno dopo è diverso: il sole ha preso il posto della pioggia, e andiamo assieme a fare colazione nel posto più rinomato della città. Ovviamente, colazione egiziana: falafel, pita, hummus, formaggio cotto alla piastra, le immancabili verdurine (carote e barbabietole sottaceto, perlopiù) e poi un buon te caldo - che bisogna ricordarsi di non mescolare troppo, o si mandano giù anche i fondi. Poi, per due componenti del trio - io mi chiamo fuori, non essendo un estimatore - tappa ad un caffè brasiliano, che si tosta i chicchi in proprio con una rumorossima macchina tenuta nel salone. Infine, ci separiamo per un po': Shehab deve andare ad un incontro per programmare un evento, e noi andiamo a visitare la Biblioteca Alexandrina, che ha rimpiazzato la purtroppo perduta famosissima culla del sapere dei tempi antichi. Si paga per entrare (bizzarro, per una biblioteca; ma è un costo minimo), ma c'è una visita guidata e poi possiamo passare tra le sale di questo modernissimo tempio della conoscenza, che forse nulla a che invidiare al suo predecessore. Facciamo una deviazione per goderci uno spettacolo sulle 7 meraviglie del mondo, dentro la cupola sferica del planetario che pare proprio la Morte Nera della fantasia lucasiana, e poi vaghiamo ancora un pò con alcune delle persone conosciute la sera prima per il grande ambiente in cui i ragazzi si recano per consultare i testi e per studiare.

Ritrovato il nostro ospite, visitiamo un altro suk e due moschee e poi raggiungiamo la spiaggia, un pò sul vecchio sferragliante tramvai e un pò a piedi, godendoci il calore che il sole ha riportato e facendo i turisti... tanto per cambiare :)

Il treno serale ci ripora al Cairo, e Annabelle mi accompagna ad acquistare i biglietti per il bus per l'indomani - destinazione l'oasi di Bahariya - e per martedì - destinazione Luxor: il suo egiziano è molto migliore del mio, e per trattare con gli sportelli delle stazioni le altre lingue non servono a molto! Poi, ci separiamo, ed io raggiungo la casa di Nagui, che di nuovo mi accoglie.


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inserito il 18/01/2011
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