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Retroguardia
Ultima sera in Argentina, domani si torna in Cile (a San Pedro di Atacama). Io guardo avanti, ma qualcuno mi guarda le spalle... si tratta di una pecorella, soprannominata "Pecurì" (in mancanza di altre idee), che mi fu regalata durante una festa di compleanno dai miei amici biodancers e, in particolare, dalla mia piccola grande socia Danielina.
Fino a qualche settimana fa, Pecurì ondeggiava a fianco della libellula giapponese guardando il panorama. Un giorno, però, decise di farsi un giro da sola (i maligni direbbero che si era rotta la cordicella che la teneva ancora al mio zainetto, ma io sono più per la "fuitina"), ma fortunatamente fu avvistata da alcune turiste che la recuperarono e me la riconsegnarono. Da allora, guarda il mondo dalla tasca del suddetto zaino.
E che ha visto, nelle ultime settimane?
Dopo Mendoza e Tucuman, un altro "colectivo" (il nome comune per i bus, qui) mi ha fatto scalare i monti fino ad arrivare a Tafì Del Valle, ridente cittadina vacanzifera dai panorami stupendi e dalle camminate altrettanto belle. Formaggi ovini, pane casereccio, un piccolo museo e chiesetta gesuitica, un lago artificiale intorno al quale camminare per strade sterrate che ti fan passare davanti a case a volte disperse, e i primi verdissimi cactus (di quelli alti e spinosi, tipo Wil E. Coyote). Pecurì scopre un anfora lungo il fiume che alimenta il lago, e ci si infila curiosa (per poi riapparire in tempo per la foto di rito).
La mattina dopo, altro bussetto ci porta più su, a Quilmes. Quilmes è un sito archeologico di importanza enorme, restano le fondamenta di una comunità india costruita sulle falde dei monti circostanti, comunità che fu "evacuata" dagli spagnoli con l'aiuto di altre comunità vicine (lo testimonia il fatto che ad Amaicha, non lontano, gli abitanti di allora ricevettero in regalo la terra in cui ora vivono, cosa mai accaduta prima o dopo con altri autoctoni). Si arranca lungo i pendii, il sole batte forte e gli unici che non se ne danno conto sono gli ormai onnipresenti cactus, alti e magri o grassi a barilotto che siano; ci rinfreschiamo, più io che Pecurì, bevendo acqua gassata fresca "a garganella" insieme alle sedicenti guide del luogo, con le quali si parla di calcio e di calcio e di calcio (effigurati, tra argentini ed italiani!)...
Agguantiamo al volo una coppia che va in macchina verso Cafayate, risparmiandomi 5 km a piedi e 3 ore di attesa per il bus. Cafayate è famosa per le sue piccole case vinicole, il giro delle "bodegas" è di rigore per tutti quelli che vi si fermano. Io trovo un ostello "culturale" molto carino, con della gente (specie i giovani proprietari, Veronica e Robert, con i quali trascorro ore a sfidarci a quiz inverosimili) simpatica, colazioni buone e letto comodo, e mi fermo per due notti, invece che una. Il che è un bene, perchè la visita guidata con degustazioni in un paio di aziende lascia un fondo di euforia (figurarsi... data la mia professata astemia!) nella mia escursione pomeridiana alle varie attrattive naturali che compongono la "Quebrada di Cafayate": rocce coloratissime, forgiate in mille modi dall'azione di agenti naturali, alle quali i locali hanno assegnato nomi suggestivi come "l'anfiteatro" o "la gabbia del pappagallo"; nell'anfiteatro, in particolare, sosto a godermi la musica di alcuni venditori ambulanti che approfittano dell'ottima acustica del luogo.
Da Cafayate, proseguiamo per Salta. E qui, facendo lo slalom tra un edificio pubblico chiuso per la morte del Papa e un picchetto di insegnanti che combattono per il loro salario, visitiamo le mille "quadras" (gli isolati, così geometricamente sistemati da rendere facile trovare ogni indirizzo) di questa città grande, dotata del suo monte con monumenti, della sua funivia per salirvi (e scalette per scendervi), e dove affronto le solite "empanadas" (ma cotte al forno, come si usa qui in Argentina, hanno più gusto di quelle cilene) e scopro le "humitas" (in definitiva, polenta mischiata a pezzettini di altro irriconoscibile e avvolta in foglie di pannocchia di granturco che vengono cotte in acqua bollente).
Chiese, tante chiese, tutte con la loro bandiera vaticana a mezz`asta. Decido che ne ho viste abbastanza, e me ne vo' a Purmamarca, dove mi gusto gli spettacolari 7 colori (dovuti ai differenti minerali presenti) dei monti circostanti e poi, con un po' di fortuna, riesco ad effettuare ben due escursioni (una in autostop) all'enorme distesa biancastra di "Salinas Grandes": a circa 4000 metri di altitudine, il sole implacabile secca le acque che trasudno dalla montagna creando una distesa di sale di svariati chilometri quadrati, dove operai intabarrati per proteggersi da abbronzature feroci scavano ed accumulano i cristalli che poi finiscono, dopo la lavorazione, sulla tavola di ogni argentino. Fa impressione, sembra un deserto ghiacciato ma non è freddo, è solo ruvido al contatto... intanto, le vigogne zampettano felici.
Finito il formaggio di capra, finite le gallette, Pecurì ed io torniamo a Salta, per lavarci di dosso il sale e preparare i bagagli per domattina...
- Pecurì, all'erta!
- All'erta sto! Beee...
Fino a qualche settimana fa, Pecurì ondeggiava a fianco della libellula giapponese guardando il panorama. Un giorno, però, decise di farsi un giro da sola (i maligni direbbero che si era rotta la cordicella che la teneva ancora al mio zainetto, ma io sono più per la "fuitina"), ma fortunatamente fu avvistata da alcune turiste che la recuperarono e me la riconsegnarono. Da allora, guarda il mondo dalla tasca del suddetto zaino.
E che ha visto, nelle ultime settimane?
Dopo Mendoza e Tucuman, un altro "colectivo" (il nome comune per i bus, qui) mi ha fatto scalare i monti fino ad arrivare a Tafì Del Valle, ridente cittadina vacanzifera dai panorami stupendi e dalle camminate altrettanto belle. Formaggi ovini, pane casereccio, un piccolo museo e chiesetta gesuitica, un lago artificiale intorno al quale camminare per strade sterrate che ti fan passare davanti a case a volte disperse, e i primi verdissimi cactus (di quelli alti e spinosi, tipo Wil E. Coyote). Pecurì scopre un anfora lungo il fiume che alimenta il lago, e ci si infila curiosa (per poi riapparire in tempo per la foto di rito).
La mattina dopo, altro bussetto ci porta più su, a Quilmes. Quilmes è un sito archeologico di importanza enorme, restano le fondamenta di una comunità india costruita sulle falde dei monti circostanti, comunità che fu "evacuata" dagli spagnoli con l'aiuto di altre comunità vicine (lo testimonia il fatto che ad Amaicha, non lontano, gli abitanti di allora ricevettero in regalo la terra in cui ora vivono, cosa mai accaduta prima o dopo con altri autoctoni). Si arranca lungo i pendii, il sole batte forte e gli unici che non se ne danno conto sono gli ormai onnipresenti cactus, alti e magri o grassi a barilotto che siano; ci rinfreschiamo, più io che Pecurì, bevendo acqua gassata fresca "a garganella" insieme alle sedicenti guide del luogo, con le quali si parla di calcio e di calcio e di calcio (effigurati, tra argentini ed italiani!)...
Agguantiamo al volo una coppia che va in macchina verso Cafayate, risparmiandomi 5 km a piedi e 3 ore di attesa per il bus. Cafayate è famosa per le sue piccole case vinicole, il giro delle "bodegas" è di rigore per tutti quelli che vi si fermano. Io trovo un ostello "culturale" molto carino, con della gente (specie i giovani proprietari, Veronica e Robert, con i quali trascorro ore a sfidarci a quiz inverosimili) simpatica, colazioni buone e letto comodo, e mi fermo per due notti, invece che una. Il che è un bene, perchè la visita guidata con degustazioni in un paio di aziende lascia un fondo di euforia (figurarsi... data la mia professata astemia!) nella mia escursione pomeridiana alle varie attrattive naturali che compongono la "Quebrada di Cafayate": rocce coloratissime, forgiate in mille modi dall'azione di agenti naturali, alle quali i locali hanno assegnato nomi suggestivi come "l'anfiteatro" o "la gabbia del pappagallo"; nell'anfiteatro, in particolare, sosto a godermi la musica di alcuni venditori ambulanti che approfittano dell'ottima acustica del luogo.
Da Cafayate, proseguiamo per Salta. E qui, facendo lo slalom tra un edificio pubblico chiuso per la morte del Papa e un picchetto di insegnanti che combattono per il loro salario, visitiamo le mille "quadras" (gli isolati, così geometricamente sistemati da rendere facile trovare ogni indirizzo) di questa città grande, dotata del suo monte con monumenti, della sua funivia per salirvi (e scalette per scendervi), e dove affronto le solite "empanadas" (ma cotte al forno, come si usa qui in Argentina, hanno più gusto di quelle cilene) e scopro le "humitas" (in definitiva, polenta mischiata a pezzettini di altro irriconoscibile e avvolta in foglie di pannocchia di granturco che vengono cotte in acqua bollente).
Chiese, tante chiese, tutte con la loro bandiera vaticana a mezz`asta. Decido che ne ho viste abbastanza, e me ne vo' a Purmamarca, dove mi gusto gli spettacolari 7 colori (dovuti ai differenti minerali presenti) dei monti circostanti e poi, con un po' di fortuna, riesco ad effettuare ben due escursioni (una in autostop) all'enorme distesa biancastra di "Salinas Grandes": a circa 4000 metri di altitudine, il sole implacabile secca le acque che trasudno dalla montagna creando una distesa di sale di svariati chilometri quadrati, dove operai intabarrati per proteggersi da abbronzature feroci scavano ed accumulano i cristalli che poi finiscono, dopo la lavorazione, sulla tavola di ogni argentino. Fa impressione, sembra un deserto ghiacciato ma non è freddo, è solo ruvido al contatto... intanto, le vigogne zampettano felici.
Finito il formaggio di capra, finite le gallette, Pecurì ed io torniamo a Salta, per lavarci di dosso il sale e preparare i bagagli per domattina...
- Pecurì, all'erta!
- All'erta sto! Beee...
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inserito il 07/04/2005
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